Tra arte e curatela, Paolo Colombo rende il tempo palpabile
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Paolo Colombo, direttore del Centro d'arte contemporanea di Ginevra tra il 1990 e il 2001, ritorna nello spazio espositivo in veste di artista. La sua mostra, The Second Time, è una retrospettiva che celebra i cinquant’ anni dell'istituzione. Sono cinquanta anche gli anni di carriera di Colombo.
Paolo Colombo (Torino, 1949) ha interrotto la sua attività artistica per vent’anni, dedicandosi alla famiglia e lavorando in musei e istituzioni artistiche, esperienza che gli ha permesso di comprendere meglio il mondo dell’arte da entrambe le prospettive. Laureato in Lingue e Letterature presso l’Università di Roma, Colombo è anche poeta.
Esattamente come nella poesia, la sua arte è profondamente legata ai ritmi quotidiani e alla riflessione interiore. Residente a Crans-Montana, in Vallese, ha il suo atelier ad Atene che considera il luogo ideale per vivere in simbiosi la sua arte con uno stile di vita semplice.
Per il Centro d’arte contemporanea, Colombo è una figura emblematica e il suo ritorno è profondamente simbolico. Ha contribuito, infatti, a consolidarne il ruolo nel panorama artistico europeo. Tra le opere esposte ci sono acquerelli, alcuni con inserti di testi poetici, lavori multimediali e testi di libri da lui pubblicati, oltre alle collaborazioni che uniscono l’arte contemporanea all’artigianato tradizionale, come un tappeto realizzato in India e ricami prodotti da una collaborazione con ITERARTE.
La selezione di quaranta opere, che spaziano dal 1971 al 2024, esplora temi come l’esistenza e la bellezza, offrendo al pubblico una riflessione sull’eredità culturale e il potere rigenerativo dell’arte. L’esposizione è aperta fino al 2 marzo 2025.

SWI swissinfo.ch: Com’è stato ritornare in veste di artista al Centro d’arte contemporanea?
Paolo Colombo: È un ritorno che mi emoziona profondamente. Ho già esposto in questo centro per la prima volta nel 1978, sotto la direzione di Adelina Von Fürstenberg. Quando ho lasciato il Centro, era ancora un’istituzione giovane, con un budget ridotto. Ora la trovo maturata, con retrospettive di artisti di rilievo e con la fantastica Biennale dell’Immagine e del Movimento. La sua reputazione si è consolidata anche grazie al direttore attuale, Andrea Bellini. Sono felicissimo di beneficiare, come artista, degli avanzamenti del Centro e di celebrarlo.
Durante la sua direzione, ha lavorato con risorse limitate, da lei definite come un contesto di “povertà istituzionale”, nonostante la ricchezza della città. Come è riuscito a far crescere il Centro?
Mi ha sempre colpito il contrasto tra la ricchezza di Ginevra e le risorse limitate destinate all’arte contemporanea. Ho dovuto sviluppare un’attitudine inventiva, che risale alla mia infanzia. Da bambino avevo immaginato di poter fare un’orchestra con delle persone che suonavano elastici, mentre nel mio lavoro di direzione ho trasformato quest’idea in realtà. È una “sobrietà creativa” che si riflette anche nel mio lavoro artistico. Metaforicamente parlando, sono stato direttore di un’orchestra di elastici per tutta la mia vita nei diversi ruoli.
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Ha vissuto esperienze curatoriali in contesti difficili, come la Biennale di Mardin (Turchia). Cosa ha imparato da quei progetti?
Quando ho curato la Biennale di Mardin nel 2012 avevo un budget di soli 30’000 dollari. La Biennale si chiamava Double Take ed è stata una delle esperienze più formative: ho collocato opere in caffè e spazi pubblici, dove il confine tra arte e vita quotidiana diventava sfumato. Ciò mi ha insegnato che l’arte può essere autonoma, non dipendente dal contesto. Se un’opera funziona davvero ha il potere di essere percepita da tutti, anche in ambienti non convenzionali.
Veniamo ora alla sua vita di artista. Dalla sua esibizione a Milano nel 1974 a oggi sono passati cinquant’anni. Cosa è cambiato nel suo processo artistico? E cosa, invece, lo ha sempre accompagnato?
Ho interrotto il lavoro d’artista per 21 anni, perché non credo che si possa essere pittore della domenica. Fare il curatore è stata la più grande scuola. Ho imparato molto sugli spazi, ma non ho una distanza per vedere un’influenza della curatela nel mio essere artista.
La poesia come la pittura mi danno un senso di estasi che si riallaccia all’essenzialità e alla sobrietà della mia arte. Ho iniziato con una matita e un foglio, facendo arte che potevo arrotolare e infilare in una scatola da scarpe. Questo senso di sobrietà è un filo rosso che mi attraversa e permane nell’opera. Anche oggi, per esempio, realizzo i video semplicemente con il mio cellulare e con materiali trovati in spiaggia.
Nei suoi lavori, sembra che il tempo conti più delle risorse materiali. È una lettura corretta?
Assolutamente sì. Le mie opere riflettono un approccio meditativo, quasi rituale, se pensa che ripeto lo stesso gesto di infilare il pennello nell’acqua per pulirlo 100/120’000 volte per un solo quadro. C’è una sorta di autoipnosi nel dipingere, nel creare ogni tassello del mosaico o nel tracciare una linea, un punto o una tessera di mosaico. Per me, il tempo investito in un’opera è tangibile, è l’unica cosa “overproduced”.
Sebbene sia felicemente residente a Crans-Montana, il suo studio è ad Atene. In che modo la Grecia influisce sul suo lavoro?
La Grecia è la mia fonte inesauribile di ispirazione. È il paese della gioia, delle musiche che ascolto da tutta la vita e dei poeti come George Seféris e Kaváfis che leggo tutt’ora. L’arte bizantina, che è astratta e non mimetica, è sempre stata una grande influenza per me.
Ad Atene ho una vita vergognosamente meravigliosa, la città mi offre il ritmo e la concentrazione necessari per lavorare, in un contesto dove posso vivere e creare seguendo i miei tempi, intervallando il lavoro con semplici piaceri come dare da mangiare ai gatti di strada. Semplicità che vivevo anche tra le Alpi svizzere da ragazzo.
Cosa desidera che il pubblico colga dal suo lavoro?
Dipingo ciò che amo, ciò che ritengo bello, senza preoccuparmi se agli altri piace o no. Per esempio, musicisti greci degli anni Venti agli anni Cinquanta. Spero che il pubblico veda il tempo e l’anima che dedico alle mie opere, la serenità e la cura. Ogni opera è il risultato di gesti ripetuti migliaia di volte, è un modo di vivere in equilibrio con il mondo. Spero che ogni spettatore trovi qualcosa di universale nel mio lavoro.
Secondo lei l’arte dovrebbe abbracciare un ruolo politico, sfidando divisioni culturali e stereotipi?
Non ci penso mai. Penso sempre a una dimensione limitata, a un rapporto 1:1 con un’opera come con un libro. Il mio lavoro non è una valutazione di quello che succede nel mondo. Per me, l’arte è una questione di autenticità e umanità, più che di politica. La sobrietà e la sincerità possono avere una forza che vanno oltre gli schemi culturali.
Cosa augura al Centro che si appresta a chiudere per almeno tre anni per ristrutturazione?

Spero che conservi alcuni elementi storici, come il pavimento in blocchi di legno, che attutisce suoni e vibrazioni. Dopo cinquant’anni, è naturale che un luogo si rinnovi. Sono fiducioso che Bellini stia facendo le scelte giuste del tempo odierno, rispettando l’identità del Centro e continuandolo a proiettarlo verso un futuro internazionale non paternalistico.
La chiusura del Centro con la mostra Rituals of Care dell’artista brasiliano Antonio Obá (1983) va proprio in questo senso di rottura con una visione spesso stereotipata di cosa ci si aspetta da artisti non-europei?
Certamente, mi riallaccia a quando più di trent’anni fa curai una mostra con artisti brasiliani come Jac Leirner e i poeti visuali Augusto e Haroldo de Campos. All’epoca non era affatto scontato curare una mostra dove gli artisti non-europei non venissero incasellati in categorie prestabilite e limitanti. Per fortuna, ora non è più così.
A cura di Daniele Mariani ed Eduardo Simantob

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