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Felici, ma non ancora completamente liberi

Arkin e Bahtiyar Mahmut, i due fratelli uiguri stanno tentando di rifarsi una vita. Keystone

I due ex detenuti uiguri che vivono da sei mesi nel canton Giura sono felici di essere in Svizzera. Tuttavia, comunicare, abituarsi a usi e tradizioni nuovi e soprattutto vivere con il ricordo di Guantanamo non è facile. Testimonianze di coloro che li seguono nella loro integrazione.

Hanno lasciato sei mesi fa l’inferno del carcere di Guantanamo. Per sette anni e mezzo – di cui quasi due trascorsi in isolamento – hanno vissuto in una specie di limbo: prigionieri senza accuse e senza condanna. Ora, in Svizzera stanno cercando di lasciarsi alle spalle questo drammatico capitolo per rifarsi una vita.

Sono Arkin e Bahtiyar Mahmut, i fratelli di etnia uigura – una minoranza turcofona mussulmana del nord est della Cina – che dal 23 marzo abitano nel canton Giura. Hanno una gran voglia di riscatto, ma il cammino verso la loro totale libertà in un Paese straniero è difficile, lungo e faticoso.

La loro integrazione passa soprattutto attraverso la lingua. «Frequentano quattro volte alla settimana un corso di francese con altri studenti. Inoltre, seguono due lezioni settimanali con un insegnante privato», spiega a swissinfo.ch Francis Charmillot, direttore dell’Associazione giurassiana dell’accoglienza dei migranti (AJAM).

Per ora, il loro francese è zoppicante e non consente loro di sostenere una conversazione. Tuttavia, possono avere una vita indipendente. Sanno fare gli acquisti, prendere il treno, viaggiare in Svizzera. Ma questa libertà ha il suo prezzo.

«Hanno infatti dovuto imparare a fare la spesa, a usare i nostri prodotti, a gestire il loro budget. Anche spostarsi in bicicletta è stata una conquista. Prima, hanno dovuto acquisire familiarità con la segnaletica stradale», sottolinea ancora Charmillot.

Non sono soli

È una situazione comune a tutti coloro che sono chiamati a rifarsi una vita in un Paese straniero. Arkin e Bahtiyar possono tuttavia contare sull’appoggio della comunità uigura presente nella Confederazione. Sono un’ottantina – contando anche i bambini – gli esuli dal Turkestan orientale, regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese.

«Io e altri uiguri incontriamo Arkin e Bahtiyar regolarmente. Li abbiamo anche invitati a pranzo. Il più giovane, Bahtiyar, ha partecipato all’ultimo ritrovo della comunità uigura tenutosi a Berna», ricorda Endili Memetkerim, presidente dell’Associazione Turkestan orientale della Svizzera.

«Sono felici di essere in Svizzera e sanno di essere dei privilegiati. Per gli altri 20 uiguri, ex detenuti di Guantanamo, la sorte non è stata altrettanto benevola. [4 sono stati accolti nelle isole Bermuda, 5 in Albania, 6 nell’arcipelago di Palau, nell’oceano Pacifico e 5 si trovano ancora nella prigione di Guantanamo in attesa di trovare asilo. ndr]. Il fatto di trovarsi bene qui, contribuisce naturalmente alla loro integrazione», sostiene Memetkerim.

Integrazione a due velocità

Inizialmente hanno condiviso un appartamento. Poi, a fine aprile, hanno espresso il desiderio di poter vivere l’uno separato dall’altro. «È un’esigenza assolutamente legittima per due persone adulte [46 anni Arkin e 34 anni Bahtiyar ndr]. Ora vivono a due chilometri di distanza – a Delémont e Courroux – e si incontrano regolarmente», precisa Francis Charmillot.

Bahtiyar, la cui integrazione sembra proseguire più rapidamente rispetto a quella del fratello, ha svolto nel frattempo uno stage professionale di tre mesi presso la Caritas di Delémont, interrotto a causa delle difficoltà linguistiche.

«L’obiettivo è, oltre a consolidare le conoscenze del francese, di trovar loro una sistemazione professionale, così che possano diventare autonomi dal punto di vista finanziario. Dobbiamo tuttavia ricordare che sono in Svizzera da soli sei mesi», indica il direttore dell’AJAM.

Del loro passato nella prigione americana sull’isola di Cuba non parlano. A volte, capita loro di fare delle allusioni a esperienze vissute in prigione. «Di recente, quando siamo usciti a mangiare la pizza, ci hanno raccontato che di giovedì a Guantanamo c’era la pizza», dice Charmillot. E continua: «Bahtiyar ha voglia di lasciarsi alle spalle questo terribile capitolo della sua vita. Arkin ha invece maggiori difficoltà con l’esperienza della prigionia».

Orfani di sicurezza e fiducia

Ciò che hanno vissuto durante gli anni di detenzione è inenarrabile. Questa esperienza drammatica li ha segnati profondamente e ha raso al suolo fiducia, certezze e autostima. «Sono insicuri e chiedono continuamente conferma di ciò che hanno o stanno facendo. Vanno continuamente rassicurati. Ci sono delle ferite profonde, che forse il tempo potrà rimarginare», afferma ancora Charmillot.

Per questo motivo, seguono una terapia con gli specialisti dell’AJAM nella misura in cui lo desiderano. Anche un delegato della Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) li accompagna in questo difficile percorso. «Per gli ex detenuti – ricorda a swissinfo.ch il portavoce Christian Cardon – è importante che il CICR assicuri una continuità con l’attività iniziata a Guantanamo. Sono contenti di essere accompagnati da un nostro delegato anche nel Paese d’accoglienza. Il CICR fa inoltre da intermediario fra loro e i familiari».

La lontananza dalle proprie famiglie e dalla loro terra d’origine è sicuramente uno degli aspetti più difficili da superare. Dopo la cattura, hanno trascorso gli ultimi anni nell’incertezza del loro futuro a Guantanamo. Riconosciuti innocenti e ora liberi, devono ricostruirsi una vita sulle macerie di un recente passato.

Intanto, hanno voglia di integrarsi nel Paese che li ha accolti, cullano la speranza di riabbracciare il loro cari e di ritornare in patria – dove vengono tuttavia considerati dei terroristi – così come se lo augura anche Endili Memetkerim. «Noi aspettiamo di tornare. E questo giorno arriverà».

Secondo Amnesty International, 67 detenuti hanno potuto lasciare Guantanamo dall’entrata in funzione del presidente Barack Obama. 38 hanno potuto tornare nei rispettivi Paesi e sono stati accolti in via umanitaria da altri Stati.

Oltre ai due fratelli uiguri, la Svizzera ha accolto anche un cittadino uzbeko, giunto a inizio anno nel cantone Ginevra.

A differenza del canton Giura, il canton Ginevra ha scelto di mantenere l’assoluto riserbo sulla situazione del cittadino uzbeko al fine di proteggerne la sfera privata. Le autorità cantonali non rilasciano per tanto dichiarazioni sugli sviluppi della sua integrazione in Svizzera.

«La sua integrazione continua in maniera normale. Non ha problemi particolari, sta sfruttando le possibilità che gli sono offerte per rifarsi e riprendersi la vita che gli è stata rubata», ha indicato a swissinfo.ch Bernard Favre, segretario generale aggiunto del dipartimento della solidarietà e dell’impiego del cantone di Ginevra.

È una regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese dal 1995.

La capitale è Urumqi.

Lo Xinjiang – che gli uiguri continuano a chiamare Turkestan orientale – occupa una superficie di 1’650’000 chilometri quadrati: un sesto del territorio cinese.

Nel sottosuolo sono custoditi un quarto del gas e del petrolio cinesi, e il 40% del carbone.

Lungo 5600 chilometri di frontiera esterna, lo Xinjiang confina con otto nazioni, di cui cinque a maggioranza musulmana.

La popolazione è di circa 21 milioni d’abitanti, di cui il 60% vive in campagna.

Percentualmente, la ripartizione etnica – stando a cifre ufficiali del 2004 – è ripartita in uiguri 45%, han (cinesi) 41%, kazaki 7% e hui (gruppo etnico riconosciuto nella Repubblica Popolare Cinese) 5%.

Gli uiguri sono di religione musulmana.

Lo uigur è la lingua ufficiale dello Xinjiang ed è una lingua turca.

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